MusicAteneo 2019: musica dalla grande madre russia

MusicAteneo 2019: musica dalla grande madre russia

Musica per una grande orchestra.

di Alessandro Panozzo

 Nelle steppe dell’Asia centrale è un poema sinfonico nato come partecipazione di Aleksandr Borodin alle celebrazioni dei 25 anni di regno dello zar Alessandro II, invito offerto a tutti i più importanti compositori russi. I festeggiamenti dovevano essere grandiosi: degni del sovrano che portò la Russia alla sua massima espansione territoriale, includevano concerti e rappresentazioni di tableaux vivants. Veri e propri “quadri viventi”, lo spettacolo era dato dalla ricchezza e sontuosità delle scenografie e dei costumi, in cui modelli e attori in posa rappresentavano immobili una singola scena. Un genere che, insieme al balletto, andava molto in voga nella Francia del secondo ottocento, e che l’aristocrazia russa non fece che importare. Era perciò in programma una serie di tableaux dedicati alla rappresentazione dell’intera storia russa, ed in particolare delle ultime conquiste nell’Asia centrale (le attuali Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan). Un attentato tuttavia accorciò il regno dello zar, e rese vana l’organizzazione del giubileo.

 La musica nel 1880 era pronta per essere eseguita, ma dovette trovare una nuova destinazione concertistica sotto forma di poema sinfonico; occasione che arrivò l’8 aprile a San Pietroburgo sotto la bacchetta di Rimskij-Korsakov. Il programma di sala di quel concerto giustificava la sua natura rappresentativa con questa descrizione:

 «Nel deserto dell’Asia centrale si ode per la prima volta il motivo di una pacifica canzone russa. Si sente uno scalpitio di cavalli e cammelli che si avvicina, si sentono le note di un motivo orientale, a lungo ripetuto. La steppa sconfinata è attraversata da una carovana di indigeni, scortata dall’esercito russo. La carovana farà il suo lungo viaggio con fiducia e senza paura, protetta dalla minacciosa forza militare dei vincitori. La carovana va sempre più lontano. Pacifiche e serene melodie russe confluiscono con quelle indigene in una sola armonia, che a lungo si ode risuonare nella steppa ed alla fine si smorza in lontananza.»

 La costruzione del brano è una semplice presentazione dei vari temi: un sottilissimo filo dei violini traccia la linea d’orizzonte nel deserto, nel quale il pizzicato degli archi dà corpo all’andamento gravoso dei cavalli e dei cammelli. Alla melodia russa (la scorta dell’esercito russo) esposta dal clarinetto e dal corno, segue la melodia orientale (la carovana di mercanti) suonata dal corno inglese, la quale imita nello stile ornato una nenia esotica. L’autonomia di carattere di ciascun tema, scambiato tra i vari strumenti e sezioni dell’orchestra, basta a condurre avanti il discorso fino a quando le due melodie, così diverse e contrastanti, non si intrecciano insieme suonando contemporaneamente. Una soluzione brillante per esprimere il concetto di integrazione e di pacifica convivenza, soprattutto se ideata da uno scienziato che considerava la musica solo «un passatempo, un riposo dalle occupazioni più serie».

 Anche la Prima Sinfonia Op. 13 in Sol minore di Pëtr Il’ič Čajkovskij ha un’evidente matrice programmatica: l’autore la volle intitolare Sogni d’inverno lasciando all’ascoltatore delle suggestioni e suggerimenti di immagini evocative. «Certo, la mia sinfonia ha un programma,» dirà in seguito di un’altra sinfonia, «ma è tale che è impossibile formularlo a parole. Sarebbe ridicolo e avrebbe un effetto comico. Ma la sinfonia non dovrebbe essere la più lirica di tutte le forme musicali? Non dovrebbe esprimere tutto ciò per cui non ci sono parole, ma che sgorga dall’anima e che vuole essere espresso?» Il genere della sinfonia era nel 1860 di stampo prettamente tedesco (il maestro di Čajkovskij, Anton Rubinstein ne aveva già scritte tre, ma erano sulla falsariga di quelle di Mendelssohn e Schumann) e la cultura musicale russa stava disperatamente cercando una propria identità. Il gruppo dei Cinque (di cui Borodin era membro ufficiale) avrebbero provveduto principalmente con il recupero del folklore tradizionale ma in ambito prevalentemente operistico e cameristico:nessuno si era ancora cimentato a pensare ad una sinfonia russa.

 Čajkovskij si era appena diplomato al conservatorio di San Pietroburgo, e trasferito a Mosca in qualità di maestro di armonia. Colse l’opportunità di farsi conoscere intraprendendo il progetto ambizioso, che però lo costrinse a lavorare la notte, causandogli una malattia nervosa e affaticandosi per una sinfonia «che stentava a venire». Era d’altronde una prova di forza, e questo fu secondo le testimonianze di suo fratello Modest il lavoro che più di altri gli diede angosce e tormenti. Sofferenze di cui si ricorderà ancora nel 1874 quando, dopo essersi provato in una seconda sinfonia, decise di rimaneggiare il lavoro di un decennio prima, al quale era molto affezionato nonostante «abbia avuto una così difficile nascita». Scriveva ad un amico: «A dispetto di tutte le sue manchevolezze ho un debole per questo peccato della cara gioventù»; e alla sua patrona, la signora Nadežda von Meck scrisse: «Non so se Ella conosca questo lavoro. Anche se sotto molti aspetti denuncia una certa immaturità, rigorosamente parlando esso resta più ricco, e migliore, di molti altri, che pure sono più maturi».

 Pur essendo la sua prima esperienza sinfonica manifesta già quei tratti del suo stile che lo renderanno unico e lo distingueranno per il resto della sua carriera. Suoi punti di forza sono la felicità di invenzione melodica e l’originalità orchestrale, mentre già sin da questa prima Sinfonia si evidenzia una debole inclinazione allo sviluppo delle grandi forme, scadendo a momenti in situazioni convenzionali; mancanza di solidità attribuibile all’inesperienza che però si trascinerà fino alla Patetica. In questo senso trova appiglio ad un “programma” che sopperisce alla debolezza formale, sottotitolando il primo movimento Sogni di un viaggio d’inverno e il secondo Terra desolata, terra brumosa. Sin dall’inizio dell’“Allegro tranquillo” l’intenzione di Čajkovskij è quella di trasportare l’ascoltatore in un’atmosfera che non è decisamente quella del sinfonismo tedesco, ma dove la bellezza e l’espressività dei temi sembrano più descrivere un ambiente naturale che concentrarsi sullo sviluppo motivico. Così anche l’Adagio, che non sembra giustificare l’apparente desolazione del titolo, si dimostra invece ricco di melodie cantabili nella tonalità di Mib maggiore. Non a caso fu uno dei movimenti che riscosse più successo di pubblico alla prima esecuzione nel 1868. Anche lo Scherzo fu uno dei pochi movimenti ai quali, superato il severissimo giudizio dei suoi insegnanti Anton Rubinstein e Nikolaj Zaremba, venne concessa l’esecuzione. Il Finale è invece introdotto da un “Andante lugubre” in cui risuonano melodie della tradizione popolare poi ampiamente sfruttate nel resto del movimento: una gioiosa festa popolare nell’ideale programma di Čajkovskij. Uno di questi temi (forse il canto Распашу ли я млада, младeшенка) diventa anche il soggetto di una fuga: immancabile prova di abilità tecnica. Come nelle sinfonie successive, l’utilizzo di canti conosciuti come tema sinfonico porta in un genere tradizionalmente accademico il folklore popolare, il che rende la sua Prima Sinfonia oltre che un’opera fondamentale per la sua maturazione compositiva, anche una novità per la musica slava, che poteva ora vantarsi di in una vera e propria sinfonia russa.

 

 Tutti i dettagli del concerto e il programma completo sono disponibili qui.

 

Ingresso libero.