Un concerto in salsa francese

Un concerto in salsa francese

Orchestra e Coro suonano francese per il nuovo anno accademico.

Potrebbe non essere del tutto ozioso chiedersi se le sonorità di una lingua, i suoi fonemi e la prosodia degli accenti, non abbiano un qualche influsso sulla sua musica nazionale. È noto infatti che nella metrica italiana la prevalenza di parole piane ha favorito l’uso dell’endecasillabo; nell’inglese invece, dove l’accento cade spesso sull’ultima sillaba, il pentametro giambico è diventato il verso usato da Shakespeare nelle sue poesie. Così la lingua francese, con la considerevole presenza di parole tronche, ha eletto l’alessandrino a suo vers poétique. Ma per accertarsi delle implicazioni musicali è necessario ascoltare un po’ di autentica musica francese… e quale occasione migliore del concerto per l’inaugurazione dell’anno accademico, in programma sabato 1 dicembre alle 21 nell’Aula Magna di Santa Lucia?

La Francia storicamente ha avuto una personalissima tradizione operistica e musicale: sin dai tempi di Luigi XIV il dramma in musica venne adattato alle esigenti richieste degli intellettuali francesi (che tra l’altro imponevano un tipo di declamato più consono ai propri accenti) creando così la tragédie lyrique di Lully. Ciò rese i francesi molto orgogliosi delle loro specialità, tanto che in pieno romanticismo, dove non si faceva che esaltare le differenze e le tradizioni nazionali, si crearono vere e proprie fazioni pro e contro l’operismo wagneriano, visto o come modello da imitare o come ingerenza germanofila corruttrice di uno stile esclusivo.

Tra i giovani ammiratori entusiasti del tedesco, ma che tuttavia non se ne lasciò influenzare, vi era Gabriel Fauré (1845 – 1924), autore della prima suite in programma. I brani di questa suite (op. 80) sono tratti dalla musica di scena scritta nel 1898 per una rappresentazione londinese del Pelléas et Mélisande del poeta Maurice Maeterlinck. Ben prima della più famosa versione di Debussy (del 1902), Fauré rappresenta altrettanto diversamente alcune scene del dramma simbolista: il Prélude non è che l’introduzione all’ambiente silvestre (con gli immancabili richiami del corno) dove il principe Golaud scopre la ragazza Mélisande, sola e senza ricordi. Nella Fileuse (La filatrice) se ne ha il ritratto intenta all’arcolaio che – per via dell’incessante moto sestinato – per poco non la si scambia per la faustiana Margherita di Schubert. La Siciliana aggiunge un tocco di fascino, nel consueto ritmo di danza ternaria, trascrizione di una precedente composizione per violoncello, mentre La mort de Mélisande chiude la suite con un ritmo puntato da marcia funebre.

Altro sostenitore della fazione wagneriana in Francia era Camille Saint-Saëns (1835 – 1921), maestro di Fauré, e additato come «il più tedesco dei compositori francesi». Non per questo, però, si preoccupò meno dell’educazione delle nuove generazioni, contribuendo a fondare nel 1871 la Société Nationale de Musique allo scopo di promuovere il nuovo e originale stile musicale francese. Ne ascoltiamo infatti due cori a cappella (op. 68): Calme des Nuits, un disincarnato elogio della notte, rifugio dei poeti che provano stupore di fronte al firmamento, descritta magistralmente nella sua serena immobilità, lontana e intangibile. Les fleurs et les arbres invece ci riporta alla viva natura e alle sue creature, che, come dice il testo, allevia i nostri mali e «appare più bella nella sofferenza». Qui sì che l’intonazione incontra la sua autentica espressività. Sarà una banalità, ma chi meglio di un francese può scrivere musica francese?

Eppure Saint-Saëns riservò molte critiche proprio ai giovani compositori delle avanguardie moderniste, soprattutto a Debussy e Ravel, che all’inizio del Novecento stavano espandendo ed esplorando nuove atmosfere musicali. Alla faccia del buon Camille, il loro stile diverrà così iconico e riconoscibile da essere paragonato ai contemporanei pittori impressionisti. Ma se si può applicare a Debussy i versi di Verlaine: «Car nous voulons la Nuance encor, | Pas la Couleur, rien que la nuance» («Perché vogliamo la Sfumatura ancora, | non il Colore, nient’altro che la sfumatura»), a Maurice Ravel (1875 – 1937) si addice di più il detto: «Ce que n’est pas clair n’est pas français» («Ciò che non è chiaro non è francese»), e Le Tombeau de Couperin ce lo dimostra.

La suite per pianoforte è retrospettivamente dedicata al clavicembalista François Couperin (1668 – 1733) : una serie di chiare danze della tradizione barocca che fossero un omaggio «non tanto al solo Couperin quanto all’intera musica francese del XVIII secolo». La scrisse nel difficile periodo che precedette la Prima Guerra Mondiale (conclusasi esattamente un secolo fa), la interruppe per arruolarsi e la riprese successivamente, ma, come molti, patì le sofferenze di chi non combatté direttamente in battaglia. Eloquente segnale sono le dediche che pone ad ogni movimento della partitura per pianoforte: ogni brano infatti è dedicato a un amico perso sul campo.

Il Prélude è dedicato alla memoria del tenente Jacques Charlot, pianista e trascrittore de Ma Mère l’Oye per pianoforte solo; la Fugue a tre voci, “alla memoria di Jean Cruppi”, figlio della dedicataria de L’Heure espagnole, M.me Jean Cruppi, che con la sua influenza ne permise la rappresentazione; la Forlane è dedicata alla memoria del tenente Gabriel Deluc, pittore basco di Saint-Jean-de-Luz; il vivace Rigaudon ai due fratelli Pierre e Pascal Gaudin, amici d’infanzia di Ravel, uccisi dalla stessa granata; il Menuet a Jean Dreyfus, presso il quale si sarebbe rifugiato dopo essere stato smobilitato; infine la Toccata, è dedicata al musicologo Joseph de Marliave, marito della pianista Marguerite Long, che fu la prima esecutrice della suite a Parigi, l’11 aprile 1919. Terminata nel 1917, nell’attesa della prima esecuzione, Ravel comincia ad orchestrare i brani della sua suite, e lo fa da maestro qual è: utilizzando un’orchestra classica arricchita di un’arpa e una tromba. L’impasto sonoro rispecchia in tutto l’eleganza raggiunta dal solo pianoforte, i giochi di timbri poi aggiungono brio e ironia al tutto, rammentando l’esplicita ispirazione alla tradizione clavicembalistica francese.

Certo, la guerra fu una conseguenza del clima revanchista e ultra-nazionalistico che infiammò l’Europa a cavallo del secolo. Le asprezze tra filo-tedeschi e i protettori dell’ars gallica non erano che il termometro di questo clima sempre più teso. Ma se adesso possiamo festeggiare i cento anni dalla fine di quel tragico conflitto, aggiungiamo anche i festeggiamenti per i duecento anni dalla nascita di Charles Gounod (1818 – 1893). Dell’operista parigino l’orchestra e il coro proporranno una versione dello Stabat Mater. Il testo della sequenza del Venerdì Santo è parafrasato dal latino in francese da Abbé Castaing, canonico della basilica di Saint-Denis. Occupa una certa importanza il repertorio sacro nella produzione di Gounod (che per poco non abbracciò la carriera ecclesiastica), ma che il musicologo Fabrizio Della Seta non esita a definire affetto da un «sentimentalismo zuccheroso», alternato a «concessioni trionfalistiche di gusto altrettanto dubbio». Malgrado ciò è doveroso rendergli merito per aver anticipato le tendenze arcaizzanti del Novecento impiegando concatenazioni armoniche dal sapore modale, derivate dalle sue profonde conoscenze della polifonia rinascimentale.

Alessandro Panozzo

L’ingresso al concerto è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.